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Il bluff negli scacchi /2

Due giorni orsono abbiamo pubblicato la prima parte di questo magnifico articolo di Nicola Vozza che indaga sulla possibilità che il bluff possa coesistere con un gioco come gli scacchi la cui "verità" è sul tavolo. Tutto è visibile, nulla, in teoria, può essere nascosto. Ma è proprio cosi?  La Redazione.

Un'altra storia di bluff riuscito è quella, che sembra tratta da un film ma non lo è, di Edith Bonnessen, una ragazza danese che durante l’occupazione tedesca faceva parte della resistenza antinazista. Edith deve uscire da un edificio che è pieno di soldati e di SS.

“La ragazza si dirige senza esitazione verso l’uscita, sfoggiando grandi sorrisi e salutando chiunque incontri. Sfortunatamente l’uscita è presidiata da due SS, che controllano i lasciapassare. Edith torna sui suoi passi, entra in ufficio, afferra alcuni documenti a caso, esce e si mette alle costole di due colonnelli che stanno per uscire dall’edificio. Le guardie alla porta scattano sull’attenti davanti ai superiori; la ragazza, imperterrita e imperturbabile, continua a seguire i colonnelli. Quando i due ufficiali salgono in auto, Edith li saluta, avendo cura che i colonnelli non la sentano ma che il saluto sia invece avvertito distintamente dalle due SS di guardia alla porta, che stanno osservando la scena. Infine, tranquillamente si mescola ai passanti e scompare”.

Questa storia la abbiamo presa in prestito dal libro di Matteo Rampin “Le astuzie dell’occidente”.

I bluff che avvengono nel gioco come “play” quasi sempre esauriscono il loro valore nella singola partita e quasi mai si trova un significato a lungo termine; immaginiamo che la protagonista di questa storia a lieto fine non avrà tentato di applicare una seconda volta la sua strategia. Anche qui il meccanismo del bluff è diverso da quelli precedenti; qui la puntata di Edith non cerca di vincere il piatto puntando molto su una combinazione scadente, ma il suo è un bluff “inverso”: Edith cerca di vincere (uscire dall’edificio) puntando pochissimo (non cercando di nascondersi) su una combinazione molto forte (la vita, la libertà).

Ma torniamo agli scacchi: un altro esempio ci viene dalla pratica dell’ottavo Campione del Mondo. Mikhail Tal ha raccontato dei suoi processi mentali al momento di giocare la sua sesta mossa nella quarta partita del match dei candidati del 1965 contro il danese Bent Larsen. La quinta mossa di Larsen era stata una novità che permetteva a Tal un sacrificio di materiale tanto evidente quanto, a detta dello stesso Tal, intuitivamente promettente. Tal scrisse che se si fosse trattato di una partita meno importante avrebbe certamente giocato la mossa più rischiosa. Ma poi cominciò a riflettere, è mai possibile che un avversario forte come Larsen giocando un apertura sicuramente preparata in precedenza si sottoponesse a un rischio del genere? Tal esitava tra la voce dell’istinto che gli suggeriva che il sacrificio era corretto, e quella della ragione, che lo avvertiva che l’avversario non poteva non averlo previsto e analizzato durante le analisi casalinghe. Tal decise di analizzare a fondo la posizione e calcolò varianti su varianti per circa 50 minuti, dopodiché concluse che il sacrificio non si poteva giocare e optò per un'altra mossa, dopodiché la partita, comunque molto combattuta finì patta in 77 mosse. A differenza che nel poker, negli scacchi non esistono carte che non si possono vedere e successivamente alla partita numerosi maestri analizzarono l’idea del sacrificio: Larsen aveva bluffato o no? Tal aveva dato troppo credito all’avversario? Dopo anni di analisi, non è ancora stato dimostrato del tutto che il sacrificio fosse vincente. La mossa di Larsen è quindi etichettabile come semi-bluff. La sua posizione sarebbe stata difficile ma ancora difendibile, come un giocatore di poker che bluffa conservando delle piccole possibilità di ottenere una buona combinazione.

Ed ancora da un match di altissimo livello quale può essere un match per il titolo mondiale vediamo un esempio di bluff nell’ambito del gioco come “play”; Karpov ha dichiarato che nel recarsi alla dodicesima partita del match per il Campionato del mondo di Baguio del 1978 contro Kortschnoj si rese conto di non aver avuto nessuna voglia di giocare (il match stava attraversando una fase per lui negativa): “Ero come intorpidito e se Kortschnoj avesse intuito come mi sentivo, per me sarebbero stati guai. Ma io seppi fingere molto bene di puntare a prendermi un’immediata rivincita e simulai concentrazione, sicurezza, energia, tanto che il mio avversario si preoccupò unicamente di pareggiare il gioco e, raggiunto il suo scopo, non seppe nascondere la soddisfazione. L’avevo passata liscia… Ma la crisi non poteva durare in eterno. Il punto di svolta si ebbe nella tredicesima partita, non prima e non dopo, ma durante. L’avevo iniziata come le precedenti, senza nessuna voglia di giocare, distaccato, sempre più incapace di tener dietro ai pensieri del mio avversario…”.

Si può concludere definendo il bluff come una scelta strategica effettuata nell’insieme dei comportamenti consentiti dalle regole, sia di quelle del “game” che del “play”, che ha lo scopo di indurre in errore gli altri competitori, cercando di alterare la propria posizione nello spazio delle regole, per esempio facendo credere di essere in una situazione migliore di quella reale, o viceversa.

In alcune situazioni può essere possibile dare alcuni principi sul bluff, ma sarebbe sbagliato estenderli a diversi sistemi di regole. Prendiamo come esempio le considerazioni sul bluff che fa Dario De Toffoli nel suo libro “Giocare e vincere a poker” e proviamo a confrontarle con alcuni degli altri esempi visti.

- E' più difficile bluffare se si gioca con puntate limitate, piuttosto che senza limiti; giocando con un limite il rapporto puntata/piatto è molto basso e dunque più facile che gli avversari abbiano chance adeguate per andare a vedere con la loro mano. Per le guardie dell’edificio da cui esce Edith Bonnessen la puntata è bassissima, equivalente allo sforzo di fermarla per chiederle di mostrare il lasciapassare, ma è bassissimo anche il piatto (probabilmente non sanno di dover cercare qualcuno); il piatto potrebbe anche essere negativo, se pensassero di disturbare i colonnelli fermando la donna.

- Meno forti sono i giocatori che state affrontando, più è difficile che un bluff riesca, specialmente giocando con la puntata limitata. Un giocatore forte tende a “rispettare” le puntate dei suoi avversari e ha la disciplina necessaria per uscire dalla mano; un giocatore debole tende ad andare a vedere molto più del necessario, e magari non perché ha capito che state bluffando, ma per semplice curiosità, perché non si sa mai: alla lunga chi gioca così tenderà a perdere molto, ma ai suoi avversari converrà bluffare con molta prudenza. Questo è vero anche negli scacchi, un giocatore più debole si preoccuperà meno di certe sottigliezze, e  seguirà il suo intuito, come pure è vero nel mondo economico, con un altro tipo di prodotto per un altro tipo di pubblico probabilmente Brunello Cucinelli non avrebbe dovuto rispondere al telefono con voci ogni volta diverse.  In altri contesti può essere vero l’esatto contrario, una guardia più attenta avrebbe potuto fermare la fuggitiva.

- Per bluffare la posizione è determinante. Parlando dopo i vostri avversari, godete di informazioni che loro non avevano e potere regolarvi di conseguenza; tendenzialmente questa pare una regola generalizzabile, magari sostituendo al concetto di posizione quello di “Iniziativa”.

- Più giocatori sono in gioco, più è difficile che un bluff riesca. Anche questa regola pare generalizzabile. In particolare è vera anche nel caso della fuga di Edith Bonnessen: è vero che più persone che circolano nell’edificio possono avvantaggiarla, aumentando la confusione, ma i giocatori, gli avversari sono le guardie, e se queste fossero in numero maggiore, aumenterebbe la probabilità di trovarne una che pensi “non si sa mai”.

- I giocatori tendono ad essere più prudenti quando sono in pari che quando vincono o perdono molto. Anche questo è sicuramente generalizzabile; al momento della sesta partita Short era in svantaggio per 4 a 1 e nel momento del suo bluff Kasparov stava per perdere la partita. Per Edith c’era in gioco la vita stessa e per Brunello Cucinelli il suo futuro professionale.

- In certi tipi di poker spesso si può fare il cosiddetto “semibluff”: voi puntate sperando che tutti gli avversari passino, ma conservate comunque qualche probabilità di vittoria. Anche quest’ultima considerazione è più spesso vero che falsa; ad esempio, dato il sistema di regole degli scacchi, Short avrebbe potuto continuare a giocare e a lottare anche se il suo avversario avesse scelto le mosse migliori. Anche quello di Cucinelli può essere considerato un semibluff, se anche fosse stato “visto” la qualità dei suoi maglioni avrebbe sempre significato avere in mano una combinazione molto alta.

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