Avventura nella steppa

 

Tutti giù per terra! Non è il ritornello del girotondo, ma quel che succede nel cuore della notte e della steppa sconfinata ad alcune decine di scacchisti di ogni parte del mondo sulla strada da Stavropulos ad Elista. Sono le quattro, ora locale, abbiamo già sulle spalle ventidue ore di viaggio,due decolli, due atterraggi, ore di attesa nel primo aeroporto di Mosca, un'ora di autobus per il trasferimento al secondo e varie operazioni di carico e scarico dei bagagli, l'ultima volta recuperati con una specie di caccia al tesoro nel mucchio scaricato per terra da un camion sul piazzale buio di un implausibile aeroporto e poi faticosamente trascinati per un viottolo sterrato e ancora più buio. Gli ultimi quattrocento chilometri che ci separano dalla meta si percorrono su un autobus privo di servizi e poco affidabile, che infatti si è appena fermato a metà strada per un guasto. Se pensavate che i primi requisiti richiesti allo scacchista olimpico fossero bazzecole come la tecnica dei finali o la capacità di calcolo delle varianti, vi sbagliavate di grosso: servono invece soprattutto coraggio, imperturbabilità e un'ottima efficienza fisica, con particolare riguardo a una perfetta tenuta vescicale. Mentre il sogno di una doccia e di un letto si allontana ancora indefinitamente, non oso pensare a che cosa succederà se l'autista non riuscirà a riparare il guasto: l'atmosfera, infatti, è di quelle da non ritorno e per tutto il lunghissimo percorso l'unico segno tangibile della presenza umana è la strada su cui viaggiamo, in mezzo a un'infinita distesa piatta e deserta anche di alberi e di piante. E' chiaro che non rispondo almeno ai primi due requisiti citati.

Intanto, giacchè si sa che non tutto il male viene per nuocere, parecchi campioni che non rispondono bene all'ultimo, si allontanano nei campi alla ricerca di inesistenti cespugli al cui riparo risolvere almeno un problema immediato; per le donne, la prima umiliazione di una lunga serie. Dopo circa un'ora e mezza, evviva l'autista, si riparte, per giungere finalmente intorno alle otto del mattino, in stato di trance ormai avanzata, a scoprire le prossime sorprese. La prima ha dell'incredibile, ma nelle circostanze descritte giunge graditissima: la sede di gioco è ancora in costruzione (altrimenti alle tre di quello stesso pomeriggio avremmo dovuto giocare!) e l'inizio delle Olimpiadi rinviato di almeno due giorni. Si deciderà poi addirittura di abolire il quattordicesimo turno e uno dei giorni di riposo per poter ripartire nella data programmata.

Le sorprese successive, invece, di gradevole hanno ben poco. Nelle palazzine appena costruite all'uopo ed apparentemente graziose, ma già con piastrelle rotte, interruttori che accendono in media al terzo vigoroso colpo e maniglie traditrici (un componente della squadra maschile rischierà il forfait per essere rimasto chiuso nel bagno), ci vengono assegnati due appartamenti: al primo piano la squadra maschile, in tre per stanza ed una singola solo per il capitano, con due bagni per sette persone, ma un'unica doccia, e un soggiorno dove mangeremo tutti insieme (con qualche difficoltà a sistemare i gomiti e senza diritto alla sostituzione dei piatti sporchi, ma nel complesso il settore alimentazione sarà l'unico a meritare la sufficienza); al piano terreno la squadra femminile ed il suo capitano, con un unico bagno per tutti e cinque, noi in due per stanza e il capitano alloggiato nel soggiorno dotato di ampia porta a vetri sul corridoio (dovrà usare l'unico bagno anche per vestirsi e contare sulla nostra capacità di muoverci al buio dopo la mezzanotte per non essere svegliato).

Questo, però, sarebbe ancora niente se il nostro appartamento non fosse anche il quartier generale della pur premurosa organizzazione calmucca al nostro servizio: per tutto il giorno cuochi, cameriere, autisti, fattorini, trasportatori di cassette di frutta e bevande e anche la nostra accompagnatrice ufficiale e alcuni pezzi grossi del governo locale stazioneranno a casa nostra, entreranno ed usciranno dalla porta sempre aperta, useranno anche loro il nostro unico bagno, faranno e riceveranno telefonate dall'apparecchio dell'ingresso, che comincerà a squillare a ripetizione dalle sette del mattino; poichè è impensabile occupare il bagno per tutto il tempo necessario ad asciugarsi e rivestirsi dopo la doccia, saremo costrette ad esibirci avvolte da esigui asciugamani davanti a tutti questi sconosciuti nel tornare ogni volta dal bagno alle nostre camere; anche in queste ultime, rigorosamente prive di chiave, il personale entrerà senza neanche bussare per i più disparati motivi, tra cui per esempio stirare (a pagamento) i pantaloni di un nostro compagno di squadra giusto nella mezz'ora precedente l'inizio delle partite ; se poi durante i lunghi anni della vostra viziosa vita occidentale aveste contratto anche la biasimevole abitudine di dormire la notte per più di tre o quattro ore, qui sarete adeguatamente rieducati, perchè alle tre il camion della spazzatura accenderà i suoi rumorossimi motori per circa mezz'ora sotto la vostra finestra e, se anche foste duri d'orecchio, provvederà comunque ad illuminarvi la stanza con un grosso faro arancione lampeggiante attraverso i vetri ovviamente privi di tapparelle; altrettanto farà la luce del giorno intorno alle sei e mezza, e se poi avete una giornata impegnativa, con preparazione della partita al mattino, gioco al pomeriggio e analisi con il capitano la sera, sono fatti vostri (ma... veramente... non era proprio il motivo per cui siamo venuti?).

L'edificio in cui si gioca è pure assolutamente inidoneo: la pianta è aperta, con una tromba di scale centrale e il rumore dell'atrio e dei tre piani che si mescola e si moltiplica, rendendo necessario giocare sempre con i tappi nelle orecchie; non c'è riscaldamento e nei giorni di freddo e vento le pareti a vetri e le varie intercapedini fanno il resto (tanto che quando avevo un pedone in meno con la mia avversaria venezuelana, vedendola letteralmente tremare dal freddo, ho sperato che mi offrisse la patta, ma lei sì che aveva i requisiti!); un giorno si sente un boato e si viene a sapere che un vetro si è frantumato cadendo dalla volta nell'atrio a pianterreno e per puro caso non ha ammazzato nessuno (ha però aggravato il gelo in tutto l'edificio per due giorni); manca soprattutto lo spazio, tanto che un rigorosissimo controllo di polizia lascia entrare esclusivamente giocatori, arbitri e addetti ai lavori e addirittura, dopo qualche giorno, persino a noi è tassativamente vietato avvicinarci alle scacchiere dei nostri compagni di squadra; i capitani non dispongono neppure di una sedia e devono salire e scendere le scale per raggiungere il bar del pianterreno ogni volta che sentono il bisogno di sedersi.

L'elenco potrebbe continuare, ma lo spazio che mi resta dovrà ospitare le notizie sul torneo che ci riguardano più da vicino, visto che la nazionale schierava per la prima volta due giocatrici di Torino: Tiziana Barbiso e la scrivente.

Tiziana, si sa, non ha paura di niente e così ho deciso, con il suo consenso e quello del capitano, M.F. Antonio Rosino, di cederle la prima scacchiera, che era stata assegnata a me: per lei era una buona occasione per incontrare con maggiori probabilità nove avversarie con Elo FIDE e tentare l'acquisizione del medesimo in un colpo solo (obiettivo poi mancato per una sola partita in meno, ma comunque con conseguimento di una buona prima tranche), per me, che l'avevo già ottenuto l'anno scorso in altri tornei, rappresentava invece prevalentemente una fonte di ansia. Esordiente alle Olimpiadi, ma già rodata dall'esperienza di numerosi tornei internazionali, Tiziana non è mai apparsa intimidita davanti alla scacchiera, mostrando di saper bene sfruttare le insicurezze delle avversarie in posizioni difficili da difendere, e ha concluso con il soddisfacente punteggio di 5 su 11. L'applauso più convinto lo ha meritato non tanto con le quattro partite vinte, in cui sono stati commessi errori decisivi anche grossolani dalle avversarie, quanto con il pareggio imposto alla quotatissima M.I. inglese Harriet Hunt, dopo una lunga lotta in un finale di pezzi leggeri con un pedone in meno.

Buono nel complesso anche il risultato di 5 su 10 ottenuto da me e dalla nostra riserva di lusso Erika Agosto, pur con molti rimpianti nel mio caso per un punto e mezzo perso nella consueta lotta contro l'orologio), mentre le note dolenti risuonano sulla terza scacchiera, dove il magro bottino di 2 su 8 raccolto dalla giovane Veronika Goi, giocatrice promettente ma ancora immatura per l'ambiente internazionale, ci relega crudelmente al 61º posto su 72, dieci posizioni sotto quella iniziale del tabellone. Più o meno in linea con quest'ultima è invece il 41º posto finale su 110 raggiunto dalla nostra prima squadra, 39ª della lista, grazie soprattutto alle brillanti prestazioni di Godena ed Arlandi (in ordine di scacchiera: Efimov 6/13, Godena 8/12, Arlandi 6,5/10, D'Amore 2,5/10, Borgo 3,5/8, Belotti 1/4). L'alta classifica vede ancora una volta al primo posto la Russia con punti 35,5, seguita dagli U.S.A. a 34,5 e dall'Ucraina a 32,5. In campo femminile si registra invece la novità della vittoria della Cina con 29 punti, mentre la gran favorita Georgia deve accontentarsi del terzo posto con 27 punti, ex-equo con la Russia 1.

La cerimonia di chiusura, allietata alla fine dalle trascinanti danze nei variopinti e bellissimi costumi della tradizione mongola, in singolare contrasto con il grigiore uniforme di tutti gli edifici cittadini, si è svolta all'aperto, causa la mancanza di locali sufficientemente ampi, e per la precisione nella piazza centrale, ai piedi dell'altissimo monumento a Lenin: per l'occasione anche il grande miscredente aveva raggiunto un compromesso storico con Dio perché preservasse l'evento dalla pioggia e soprattutto dal temibile e gelido vento della steppa.

Per concludere, mi preme osservare che, se dopo diciassette giorni di sistematico scempio della dignità, della riservatezza e anche del più elementare pudore delle persone, si legge e si sente dire persino da alcune vittime che «è andato tutto bene», c'è solo un'amara spiegazione: le ultime edizioni sovietiche (Mosca, Yerevan) ci hanno impercettibilmente abituati a considerare le Olimpiadi non tanto una grande competizione sportiva, quanto una gara di sopravvivenza, in cui l'unico traguardo davvero importante è l'incolumità fisica; vale a dire che siamo solo scacchisti e, se siamo riusciti a tornare sani e salvi, ci sentiamo pure in dovere di ringraziare.

Giuliana Fittante

 

I tabellini delle torinesi alle Olimpiadi

 

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