La partita che lasciò tutti zitti!

 

Ottobre arriva sempre senza eleganza.

Non entra: ti sfonda la porta. Finiscono le vacanze, finiscono le passeggiate lente, finiscono pure le promesse idiote tipo: “Quest’anno mi riposo”.

 

E infatti il 4 ottobre è ripartito l’Open del sabato.

Che poi chiamarlo torneo è riduttivo. L’Open del sabato è più una patologia collettiva con abbinamenti svizzeri.

Luigi Di Muro, l’anima dell’Open del Sabato

Alle tre del pomeriggio iniziano ad arrivare.

Angela e la sua cortesia al bar come tutti i sabati

Prima i genitori dei bambini, che hanno il corso nel salone di sotto. Poi quelli prudenti: arrivano con mezz’ora d’anticipo senza neanche sedersi. Guardano le scacchiere vuote e iniziano a prepararle, mettendo pezzi, orologi e numeri. Io li osservo e vorrei stringere loro la mano uno a uno per ringraziarli. Operano in silenzio, come se fossero in biblioteca. Si vede che sono veri amanti del nobil giuoco.

i protagonisti dell’Open del Sabato visti dall’alto

Poi arrivano gli altri, alla spicciolata.

Quelli che si fiondano al bar per il rituale del caffè. Ormai la leggenda ha varcato i confini del circolo: prendere un caffè fatto dalla nostra mitica Angela significa avere la certezza di una vittoria. Sempre sperando che l’avversario sia intollerante alla bevanda nera.

Quelli che entrano trafelati alle 15:29 dicendo: “Segnami, io intanto parcheggio”.

Nella nostra zona? Auguri.

Quelli che vorrebbero giocare una partita mitica, ma chissà se l’avversario sarà d’accordo.

Quelli che vogliono solo spegnere il telefono e giocare due partite in santa pace, con il sorriso sul volto.

 

E ogni anno io mi illudo.
Mi dico:
“Quest’anno staranno tranquilli. Partite serene. Solo varianti posizionali”.

Sì, certo.

Tempo due minuti e c’è già uno che sacrifica una donna senza compenso apparente, uno che analizza parlando da solo e un altro convinto che il suo avversario abbia “uno sguardo sospetto, tipo: Hai fatto un errore e ora sei sconfitto.”
Sguardo che, negli scacchi amatoriali, hanno tutti, anche quelli che stanno palesemente perdendo. È il regolamento non scritto.

Un sabato, però, c’era un solo argomento: la storia di Giulio Borgo al Mondiale Seniores di Gallipoli.
Tutti a chiedermi se il loro orologio fosse regolare. Io a rassicurarli che quelli di plastica andavano bene, mentre i Patek Philippe purtroppo andavano sequestrati per motivi di sicurezza internazionale.

Ed è lì che capisco che il nostro Open, al confronto, è veramente il campeggio dell’amicizia.

Povero Giulio. Stava vincendo. Poi scopre che gli danno la sconfitta perché aveva un orologio al polso. Uno Swatch Omega di plastica. Passato pure sotto il metal detector senza problemi. Ma niente. Regolamento. Partita persa.

Da noi, invece, il massimo della tecnologia è Spartacus, che scrive, muove e preme l’orologio in meno di un secondo. Ogni tanto mi chiedo se abbia un braccio robotizzato, di quelli domotici.

Eppure, in mezzo a tutti questi amici, qualcosa di scacchisticamente rilevante succede davvero.
Perché gli scacchi sono strani.
Tu pensi che una partita sia morta e invece si rialza.
Pensi di aver trovato il matto del secolo… e ti compare un cavallo in g8 che ti distrugge l’esistenza.
Contro Salvatore Grimaldi sono già pronto ad allungare la mano per il saluto finale.
Torre in d8.
Matto.
Partita finita.
Mi sto quasi pregustando i complimenti, con quell’aria soddisfatta da genio incompreso.
Lui invece mi guarda un po’ stranito.
Come si guarda uno che ha appena sbagliato uscita in tangenziale.
Cavallo g8.
Fine del circo.

Salvatore Grimaldi

In due mosse passo da artista degli scacchi a pensionato confuso.
La gente ride.
Io pure.

Che tanto, negli scacchi, se non impari a ridere di te stesso, finisce che piangi davvero.

Ma il momento più bello della stagione lo regala Gabriele Vasile.
Donna sacrificata.
Contro un giocatore esperto.
Posizione da funerale con parenti stretti e necrologio già pronto.
Quando mi avvicino alla scacchiera penso:
“Va bene essere ottimisti, ma qui serve direttamente un miracolo”.
E invece no.
Senza donna, senza torri: solo i pezzi leggeri.
L’avversario ha tutto.
Piano piano inizio a vedere qualcosa.
Un cavallo.
Poi l’altro.
Gli alfieri.
Doppi che volano da tutte le parti.
Re scoperto.
E all’improvviso quella che sembrava una follia diventa una sentenza.

Matto in cinque. In CINQUE.

Con due cavalli e due alfieri.
Una roba incredibile, cattiva, meravigliosa.
Di quelle che ti fanno ricordare perché continui a tornare ogni sabato invece di stare a casa a guardare una serie TV.
Intorno alla scacchiera qualcuno sorride incredulo, qualcuno analizza, qualcuno sostiene di aver visto tutto subito.
Bugiardi, naturalmente.
Ma per qualche secondo stiamo tutti zitti.
Ed è raro far stare zitti gli scacchisti.
Perfino Cecilia, la campionessa di Padova, se fosse stata presente, avrebbe abbassato la testa in segno di rispetto. Lei che già fa fatica a stare zitta durante le partite normali, figurarsi davanti a una roba così.

Gabriele Vasile e Alberto Ranieri, con la posizione “incriminata”

Vi allego la partita con alcuni commenti di Gabriele, ma fatevi un favore: spegnete il motore e guardatela da esseri umani.
Seduti davanti alla posizione, analizzatela come se foste voi lì, con il sedere sulla sedia, il cuore che batte forte e il cervello che fuma.

Poi la stagione finisce come finiscono sempre queste cose.
Quasi all’improvviso.
Un ultimo sabato.
Le ultime analisi.
Le ultime patte rifiutate per non finire troppo in fretta il pomeriggio.
Gli ultimi:
“Dai, analizziamola cinque minuti”.
Che negli scacchi significa minimo un’ora e venti.

Alla fine restano le partite, certo.
Ma soprattutto restano le amicizie.
Le battute.
Le figuracce.

 

Quelli che non mollano mai.

Quelli che sacrificano troppo.

Quelli che giocano per vincere.

E quelli che giocano perché, senza il sabato, semplicemente gli mancherebbe l’aria.

salone sempre pieno all’Open del Sabato

Che poi forse è questo il punto.
L’Open del sabato non serve a diventare campioni.
Serve a ricordarsi che ogni tanto, nella vita, bisogna ancora avere il coraggio di sedersi davanti a qualcuno…
e combattere divertendosi.

Cristiano Ermacora e Andrea Taccia, vincitori dei Gran Premi

 

Luigi Di Muro

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