Da oggi cominciamo la pubblicazione di questa rubrica, senza un ritmo fisso, che sarà di volta in volta riempita dal materiale che Carlo Bolmida ci manderà. Cose attuali o datate, poesie o scritti, o chissà… Staremo a vedere. Di sicuro non si scriverà di scacchi o scacchisti illuminati, né vedremo perle come l’Immortale o la Sempreverde ma, come si dice, il mondo è bello perché è vario.

Chi non conosce Carlo Bolmida? Da sempre roboante fustigatore di costumi, autore di tutto un po’, dai quadri appesi ai muri della Sst, agli articoli sulle riviste scacchistiche, dalle foto alle poesie. Ancora oggi pur non distante dalla soglia dei 90 anni arriva in Sst e comincia a “menare il torrione”, a imperversare con i suoi consigli sul gioco d’attacco e a redarguire gli “spingilegno” come lui ama definire e definirsi: quelli che non conoscono tutte le sottigliezze degli scacchi e che anelano di arrivare a giocare una bella partita, magari anche solo una bella combinazione, di quelle da ricordare, da vedere e rivedere. Quelli alla fin fine che amano giocare, giocare e ancora giocare. Negli anni Carletto ha scritto e pubblicato di tutto e in questo spazio di volta in volta pubblicheremo quello che vorrà mandarci. Naturalmente poi alla sera, in sede, si sprecheranno i commenti e questo sarà un motivo in più di polemica e di discussione.             La Redazione.

 

Oggi pubblichiamo una sua poesia del 1992.


Le pene del vecchio scacchista che non sa che pesci prendere

Vorrei d’un tal ben noto,
ormai vecchio scacchista,
a voi sua pena trista,
Signori, raccontar.

Credevasi il tapino
un rutilante albatro,
ed era un farfallino
in scacchi anfiteatro.

Da un pezzo cerca invano
qual è la “sua” Apertura,
e ancor non sa, è ben dura,
che diavolo giocar.

Se aprir di Re s’immagina
un dubbio lo minaccia:
non sa dove si caccia
da quelle parti li.

A lui piace attaccare,
così s’apre la strada,
ma poi non tiene a bada
chi attacca meglio e più!

Ei non vi bada, e audace,
del Centro in Gran Gambetto
si butta senza elmetto,
così perde il final!

Aprir di Re, perbacco,
non pare molto igienico
per un che nevrastenico
un poco certo è.

E’ ver che ciò l’affascina
e il rischio assai gli piace,
ma a correr sulla brace
ti bruci spesso i piè.

Ma peggio ancora è quando
incappa in un prudente:
s’avventa immantinente,
così perde un pedon.

L’alletteria moltissimo
giocare una Scozzese,
ma contro a una Francese
non se ne parla più.

Han tutti l’abitudine,
piuttosto indisponente,
di non badar per niente
a dargli un po’ piacer!

A lungo ha praticato
gambetti dei più strani:
funzionan coi profani,
non più con un “Social”.

Che deve fare, ditemi,
Maestri, che sapete,
per non farsi autorete
e pure divertir?

Si rosica anche il fegato,
da troppo s’arrovella,
strizzando le cervella,
che spesso, poi, fan mal.

L’andar contro natura
di certo non è bene,
così non gli conviene
aprire con d quattr.

Se prova a aprir da Inglese
s’annoia mortalmente:
è adatta ad un prudente,
flemmatico britann,

d’un subito addormentasi,
se prova, per l’appunto;
e sol dopo defunto,
arrivasi a destar.

C’è il Marshall con altissime
e inesplorate vette:
si sale, e non si smette
per anni di salir.

Varianti di tal genere
come si può giocare;
senza funicolare
per giungere lassù?

E prova la Sokolwskj,
ch’è eccentrica non poco:
la esegue pressappoco:
non fa un figuron.

Per dirvi, ohibò, a qual punto
Ha spinto i suoi confini,
perfin la Mengarini,
incauto, un dì tentò.

Non è poi consigliabile
buttarsi fra le Indiane:
per distrazion malsane,
si scambian fra di lor.

Amato ha molto il Budapest,
ma spesso, oh sorte ria,
pensate che allegria,
finito è in fricandò.

A un siculo avversario
col Morra egli rispose.
A idee valorose,
dovette rinunciar.

Pensò alla Reti, in seguito,
tranquilla, meno male,
ed un calor tombale
si sparse li per li.

Un fin senso strategico,
pazienza certosina,
e dura disciplina,
richiede quel tenzon.

La Grob rimasta è alfine,
che sembra andar benone,
ma in considerazione
alcuno non la tien!

Del tutto inutilmente
lui tenta la sorpresa,
da tutti in fondo è attesa,
e niuno più la tem.

Conciosiafosse, provaci,
gli han detto da più parti;
rischiato ha dieci infarti
e poi l’ha smessa, ohibò.

Lo coglie atroce un dubbio,
l’assale, lo tormenta,
e dalle fondamenta
squassando va il crapon:

Con tutte quelle case,
e pezzi trentadue,
non può ad ambedue,
piccol cervel badar!

E poi, e non si esagera,
son mille le Aperture,
e di proprio sicure,
purtroppo non ce n’è.

Allor, triste e arcidepresso,
pensa, ripensa e pensa,
vuotata la dispensa
delle opportunità,

Scoperto ha che far l’Arbitro,
severo ed inflessibile,
è molto più accessibile:
ed ha sempre ragion!

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